Roberto Andria

La Campania negli altri autori

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Latest Activity: Nov. 29, 2007

La Campania negli altri autori

Silio Italico, il poeta innamorato della Cam¬pania dove possedeva magnifiche ville e tesori d'arte, si compiaceva di descrivere (Puniche XII 27 ss.) la minacciosa resistenza opposta dai Napoletani alle armi d'Annibale: «La mite Partenope fu la prima a provare l'impeto dei suoi attacchi. Non era ricca di tesori, ma neppure difettava di gagliardia: il duce cartaginese, che aveva bisogno d'un sicuro approdo per le navi provenienti dalla sua patria, si sentì attirare dal suo porto. Oggi la città ospita molli co-stumanze e ozi cari alle Muse, e il suo tenor di vita è alieno da problemi più seri. Una delle Sirene, Partenope, figlia dell'Acheloo, diede alle sue mura — cosa memorabile — il proprio nome, e i canti di essa regnarono a lungo nel golfo, mentre intonava, a rovina dei miseri naviganti, una melodia dolce, capace di dare morte tra i flutti». Lasciando da parte il seguito, dove il poeta descrive la pioggia di fuoco e la tempesta di frecce che dalle mura napoletane si riversano sul nemico, ci piace sottolineare che Silio è contemporaneo di Stazio e che le parole con le quali i due poeti descrivono il tenor di vita della Napoli dei tempi di Domiziano dicono precisamente lo stesso: i «molles ritus» trovano eco nella «numquam turbata quies», la riluttanza per le «curae graviores» si spiega per la serenità in cui la vita pubblica si svolge («nulla foro rabies aut strictae in iurgia leges»), e soprattutto lo stesso plurale «otia» condensa la nota saliente del clima umano di Partenope, salvo che l'ospitalità concessa di frequente alle Muse (Silio) aggiunge una chiara allusione al ricorrere degli Augustali. Quanto poi alla descrizione del canto della Sirena, che richiama facilmente i versi di Dante (Purg. XIX 19-21):
lo son, cantava, io son dolce Sirena,
che i marinari in mezzo al mar dismago,
sì son di piacere a sentir piena,
è chiaro ch'essa, per Silio, simboleggiava tutta una tradizione canora e poetica, viva ai suoi tempi come sempre, fino ai nostri giorni.
La tradizione dell'otium intellettuale viene confermata e come nobilitata in più d'un autore nel periodo argenteo. Marziale, nell'invitare l'amico Turanio a una gustosa cenetta (V 78), non dimen¬tica, tra le tante specialità di legumi, ortaggi e frutta, «le castagne arrostite a fuoco lento, raccolte nei campi della docta Neapolis» (vv. 14 s.). Sembrerà forse strana la presenza d'un epiteto del ge¬nere in un brano di contenuto gastronomico: più ancora sorprende la docta Parthenope, irrigata dalle acque del Sebeto, inclusa in una lunga serie di località campane che producono cavoli (l'antica Cuma dal lido erboso, le terre dei Marrucini, Segni col monte Lepino, la pingue Capua, gli orti delle Forche Caudine, Stabia celebre per le fonti, le campagne del Vesuvio, la dolce palude pompeiana con le vicine saline di Ercole, il Sele dalla vitrea corrente ecc.). L'autore è Columella, scrittore di cose agricole vissuto ai tempi di Nerone (X 127 ss.); le due testimonianze sono all'incirca contemporanee ed at¬testano, per l'indole assai poco intellettuale del loro contenuto, la banalizzazione dell'aggettivo «doctus» ovunque si parlasse di Napoli.
Può darsi che a diffondere quest'epiteto, oltre la ricorrenza periodica degli Augustali, contribuisse la presenza canora di Nerone, ampiamente documentata da Svetonio (Ner. 20); comunque vien fatto di pensare assai più a spettacoli o a manifestazioni poetiche capaci di far effetto sul grosso pubblico, anziché al sopravvivere della tra¬dizione filosofica severa e riservata di cui abbiamo preso conoscenza durante l'ambito cronologico che s'aggira tra la maturità di Cicerone e la giovinezza di Virgilio.
La prova più certa di questo nuovo indirizzo — meno nobile ma più spettacolare — della cultura na-poletana durante la prima età imperiale si desume da Seneca, nell'epistola a Lucilio, dove parla delle sue visite al filosofo stoico Metronatte: « Per andare a casa di Metronatte, come sai, bisogna oltre-passare lo stesso teatro dei Napoletani (lungo l'asse dell'attuale via Sapienza). Quello è sempre colmo, e con grande impegno si giudica chi sia un valente suonator di flauto; anche intorno al tibicine greco e al banditore si fa la folla, mentre pochissimi si trovano seduti in quel luogo in cui s'indaga sull'uomo virtuoso e dove s'impara ad essere tali; e costoro alla moltitudine sembrano non aver nulla di buono da fare, e son chia¬mati inetti e perdigiorno » (76, 4).
Questa testimonianza è preziosa in un senso e nell'altro: docu¬menta la decadenza, forse accentuata dal tono amaro con cui Seneca la pone in risalto, di quei convegni filosofici presso autorevoli rap-presentanti delle varie scuole, ch'erano stati un privilegio della Na¬poli dei tempi di Cicerone e di Vir-gilio, e insieme attesta l'interesse per le esibizioni musicali; una nota questa che sopravvive nei se¬coli, così come perdura l'abitudine degli sfaccendati a fare campa¬nello intorno ai banditori, val quanto dire ai venditori ambulanti.

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