Roberto Andria

Napoli: la sua storia

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Napoli: la sua storia

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Latest Activity: Nov. 29, 2007

La storia di Napoli... in breve!

La fondazione di questa illustre città risale così indietro nel tempo che non se ne conosce la data e-satta. Gli antichi scrittori ci tramandarono romantiche leggende, al cui centro erano sempre le mitiche sirene, Partenope, Ligeia e Leucosia, che, suicidatesi per lo scorno di essere state vinte da Orfeo in una gara di canto, sarebbero state trasformate in scogli presso il nostro magnifico lido, che da una delle tre prese il nome. Se¬condo un'altra versione, invece, le sirene, addolorate per l'in¬differenza di-mostrata da Olisse per il loro dolcissimo canto, avrebbero cercato la morte lasciandosi andare alla deriva ed il corpo di Partenope sarebbe stato trascinato dalle correnti su quell'isoletta di Megaride sulla quale fu costruito poi nel Medio Evo il Castel dell'Ovo.
A parte le leggende, prima che Napoli fosse fondata, il litorale flegreo e le isole del golfo furono co-lonizzate dai greci, eubei e calcidesi. Queste popolazioni fondarono una importante colonia a Cuma, donde il loro influsso si propagò in tutta la regione, anche se esse assimilarono a loro volta elementi delle civiltà locali. Furono questi cumani a fondare un piccolo cen¬tro abitato sulla collina di Pizzofal-cone, e probabilmente essi lo distrussero — si ignora per quale ragione — qualche secolo dopo. È accertato comunque che intorno al 470 a.C. la città fu ricostruita poco più ad oriente e, per distinguerla da quella vecchia, fu chiamata Neapolis, o città nuova; essa fu tracciata secondo un piano urbanistico prestabilito, con tre decumani in senso longitudinale intersecati ad angolo retto da cardini. Vi si adoravano gli dei prediletti dai fondatori, Minerva, Cerere, Diana e Afrodite, che ebbero quindi i loro templi e ben presto i com¬merci vi prosperarono.
Nel 340 a.C., quando i romani iniziarono la conquista della Campania, la posizione della città divenne critica e sfociò nel 328 a.C. in una dichiarazione di guerra a Roma, che non potè essere sostenuta a lungo, poiché il « neapolitano » era più un popolo di mercanti che di guerrieri. Tuttavia si ottenne una pace onorevole, conservando una parvenza di libertà: la lingua ufficiale rimase quella greca e i magi-strati conservarono i loro nomi e le loro funzioni. Col passare del tempo, per effetto della Lex Julia, Neapolis divenne municipio romano ma conservò uno stato di privilegio poiché i dominatori, apprez-zandone la civiltà, la considerarono un luogo di perfezionamento degli studi e dell'educazione, oltre che un piacevole luogo di soggiorno per l'ame¬nità della natura e la dolcezza del clima. Sorsero quindi ville e palazzi di cui ancora restano le testimonianze sia nella città che nei dintorni. Cesare non perdonò a Neapolis di aver parteggiato per il suo avversario Pompeo, ma la città fu nuovamente pro-tetta da Augusto e da altri imperatori, fra cui sopra tutti Tiberio; man mano gli usi e i costumi romani venivano sempre più assimilati, e con essi l'idioma. Dopo la caduta dell'impero romano d'Occidente, l'imperatore d'Oriente Giustiniano inviò il generale Belisario a conquistare Napoli, ma questi, che riuscì facilmente a prendere la Sicilia ed una parte della Campania, trovò qui una resistenza accanita. Gli assalitori bizantini sta¬vano ormai perdendo ogni speranza di poter prendere la città, quando alcuni delatori li informarono che avrebbero potuto introdursi all'interno delle mura attraverso un antico acquedotto; solo così le truppe di Belisario riuscirono ad aver la meglio sui napoletani, su cui si vendicarono crudelmente per le perdite su¬bite. Dovevano rivelarsi più generosi i barbari, che pochi anni dopo riuscirono a strappare la città al presidio bizantino; Totila, re dei Goti, fu umano con il po-polo stremato ed affamato, ma partendo commise l'errore di radere al suolo le mura, er¬rore che costò a suo figlio il possesso della città, quando l'im¬peratore di Bisanzio inviò Narsete a riconquistarla. Nel 553 Na¬poli, nuovamente nelle mani dei bizantini, fu ripopolata dagli abitanti delle zone limitrofe e potè riprendere fiato. Intanto sempre più vi si affermava la religione cristiana, che sin dai primissimi anni della sua divulgazione vi aveva trovato terreno fertile. La leggenda vuole che l'apostolo Pietro in persona si fosse fermato nella città, in cammino verso Roma, e che ne avesse consacrato il primo vescovo, sant'Aspreno: in seguito molti na¬poletani offrirono la loro vita per quella fede che praticavano nascostamente nelle catacombe. Sotto la dominazione bizantina il cristianesimo potè affermarsi infine liberamente e sorsero nella città i primi monasteri e le prime chiese, costruiti ad opera di Ordini religiosi orientali.
Napoli fu assediata dai longobardi nel 581 e nel 592; nel 599 fu rifugio di quanti dall'interno della Campania vollero sfug¬gire ai conquistatori che si erano fortificati a Benevento. In questo periodo il potere era praticamente nelle mani dei vescovi, ma quando i cittadini di Ravenna si ribellarono all'e-sarca, Na¬poli fu spinta ad imitare questa iniziativa e si diede un governo autonomo con a capo un certo Giovanni Consino: gloria effimera in quanto ben presto l'imperatore d'Oriente nominò un nuovo esarca, che riprese possesso delle due città ribelli. Nel 661 fu lo stesso imperatore a nominare un duca, nella persona di Basilio, un luogotenente imperiale, quindi, un governatore, ma in effetti fu l'inizio di un potere indipendente.
I duchi fornirono Napoli di un eccellente esercito, tanto che, quando Cuma fu conquistata dal longo-bardo Romoaldo II, duca di Benevento, il pontefice chiese l'aiuto dei napoletani e questi, con a capo Giovanni I, riuscirono brillantemente nell'impresa. Quando scoppiò la ribellione contro l'imperatore Leone l'Isaurico, Napoli rimase fedele all'imperatore, ma nel 773 il duca Stefano II riconobbe l'autorità del papa che lo elesse vescovo di Napoli; il ducato rimase formalmente alle dipendenze di Bi¬sanzio, ma da allora saranno solo i napoletani ad eleggere i loro duchi. Il ducato autonomo durò dal 763 al 1139 ed ebbe sotto la sua giurisdizione Ischia, Procida, Pozzuoli, Baia, Miseno, Castellammare, Sor-rento ed Amalfi. Questo fu uno dei periodi più felici della storia napoletana: la città assunse coscienza di sé e della propria unità, e mentre i monasteri ed il clero secolare apri¬vano le porte della loro cultura al popolo facendo fiorire le let¬tere, i duchi arricchivano la città di chiese e palazzi. Non man¬carono pericoli ed insidie sia da parte dei longobardi che da parte dei saraceni, che vessavano con continue scorrerie le zone costiere: anche quando riuscirono ad avere dei periodi di pace, i napoletani furono costretti a stare in guardia, e il pericolo di¬venne più grave quando a capo dei pirati « barbareschi » fu il famoso corsaro Kair Ed Din Barbarossa. Fu quindi un'altalena di alleanze poiché se dovevano combattere i longobardi, i napo¬letani, costretti ad allearsi con gli infedeli dovevano attendersi la scomunica del papa, e quando i longobardi si allontanavano ritornava il pericolo dei saraceni. Questi predoni giunsero a minacciare il Lazio e Roma, ma la flotta napoletana, guidata dal figlio del duca Sergio, Cesano Console, nell'846 riuscì a liberare Gaeta dall'assedio e nell'849 ebbe una gloriosa vittoria ad Ostia riuscendo a salvare Roma dal saccheggio. Purtroppo tempo dopo il duca Sergio II finì con l'allearsi di nuovo con i saraceni ren¬dendosi odioso al popolo per la sua ferocia e la sua politica anticlericale che lo portò ad imprigionare il vescovo Atanasio, che fra l'altro era anche suo parente; Sergio fu costretto a fug¬gire. La storia del ducato raggiunse l'apice della sua gloria verso la metà del secolo X sotto il duca Giovanni IV, che favorì la cultura e l'arte ed arricchì la sua biblioteca di opere pregiatissime; anche il commercio migliorò per l'accrescimento di legni mercantili che permisero di importare ed esportare merci di ogni genere. Nel 1027 i longobardi tornarono all'attacco, e questa volta Pandolfo IV di Capua ebbe la meglio sul duca Ser¬gio IV, costringendolo a fuggire. Nel 1077 cominciò a prendere corpo un nuovo pericolo: i normanni. Salerno, ultima roccaforte dei longobardi, cadde nelle mani del normanno Guiscardo men¬tre Napoli per ben due anni riuscì a resistere agli attacchi del principe di Capua Riccardo e del suo alleato Guiscardo. I duchi che si successero svolsero tutti una politica antinormanna e riuscirono a rimanere indipendenti, ma dopo che nel 1130 Ruggero II fu incoronato re a Palermo con l'appoggio dell'antipapa Anacleto II, questi ingiunse al duca di Napoli Sergio VII di riconoscerlo come suo re e il duca non potè sottrarsi dall'accettare questo vassallaggio. Subito dopo però egli si mise segre¬tamente in contatto con la lega che si era formata contro Ruggero e come alleato di Rainulfo d'Alife inflisse a Scafati dure perdite ai normanni nel 1132. Anche nel 1134, quando Ruggero giunse con una cospicua flotta per prendere la città dal mare si tentò la resistenza, ma i napoletani erano stanchi, il ducato in sfacelo e non rimase che arrendersi. L'anno seguente il duca era ancora contro il re di Sicilia, ma nel 1137, infine, fu costretto a seguirlo contro Rainulfo e morì sul campo di battaglia. I napoletani allora con l'appoggio di papa Innocenze II tenta¬rono di costituirsi in una repubblica aristocratica, ma quando nel 1139 il pontefice fu vinto e imprigionato dal normanno, r¬rimasti privi di ogni appoggio, furono costretti a consegnare la città a Ruggero, inviandogli una ambasceria a Benevento, dove si era fermato. Il nuovo re volle mostrarsi generoso ed umano con i vinti, ed il suo ingresso a Napoli fu trionfale. Egli di¬stribuì della terra ai cavalieri e concesse agevolazioni ai nobili causando — però — un certo attrito fra i due ceti; diede il massimo incremento alle lettere e alle arti, favorì il commercio ed impose una moneta d'argento che fu chiamato « ducato » ed una di rame che fu chiamata « follare ». Assicurò alla città un'au¬tonomia amministrativa, lasciandovi come suo rappresentante un conte palatino chiamato « compalazzo » che amministrava il de¬manio e la giustizia. Dopo aver messo a posto le cose, se ne tornò in Sicilia, dove morì a cinquantatré anni. Gli successe il figlio Guglielmo, detto il Malo per la sua avarizia, che regnò dal 1154 al 1176. Nonostante il suo soprannome, che non gli fa giu¬stizia, Guglielmo fu un sovrano democratico e prudente. Anche durante il suo regno non mancarono sommosse, che egli stroncò con energia, né ebbe fine il braccio di ferro con il pontefice, Adriano IV, che per difendersi da lui si alleò con Federico Barbarossa. A Guglielmo I successe Guglielmo II che regnò dal 1176 al 1189 e morì molto giovane, a soli trentasei anni, senza eredi maschi: salì allora al trono un suo nipote, il conte di Lecce Tancredi, che fu incoronato a Palermo nel 1190 con l'approva¬zione del pontefice Clemente III e regnò sino al 1194, benvo¬luto dal popolo, a cui fece ampie concessioni tra cui una riguar¬dante la manutenzione delle mura della città, che volle avocare alla sua cassa. Nel 1191 Enrico VI, figlio del Barbarossa, incoro¬nato re da Celestino III tentò di impadronirsi di Napoli ma non riuscì nel suo intento e fu scacciato. Alla morte di Tan¬credi, nel 1194, sotto la tutela della vedova Sibilla, ascese al trono Guglielmo III, che appena un anno dopo doveva cedere il regno al potente imperatore alemanno.
Enrico IV, impadronitosi della Sicilia, si insediò a Napoli, ma i napoletani non gli dimostrarono alcuna simpatia: d'al¬tronde appena due anni dopo, nel 1197, questo imperatore mori e gli successe Federico II di Svevia, re di Germania, imperatore e re di Sicilia, il quale pur avendo cinta la corona nel 1197, prese possesso di Napoli soltanto nel 1220 dopo aver combattuto glo¬riosamente in Terra Santa. Uomo colto e preparato, questo so¬vrano fu un grande mecenate e alla sua corte accolse i migliori poeti, letterati e scienziati del tempo; volle istituire inoltre a Napoli un'università che potesse paragonarsi a quella di Pavia e di Padova e con lungimirante politica abolì tutti i privilegi dei quali alcune categorie si avvantaggiavano, inasprendo le tasse ai nobili e mostrando solidarietà verso il popolo. Favorì le let¬tere e le arti e, nonostante fosse il maggior avversario del papa, protesse gli Ordini religiosi assecondando la costruzione di chiese e conventi. Alla sua morte, nel 1250, gli successe il figlio Corrado, nato da Isabella di Brienne, che continuò la politica paterna, spingendo alla sommossa il popolo napoletano, per tradizione fedele ai pontefici. La città ribelle, assediata prima da Manfredi, fratellastro del re, e poi dallo stesso sovrano, riuscì a tener duro per un lungo periodo ma dovè arrendersi per fame, e fu punita severamente: le mura furono rase al suolo e l'università fu tra¬sferita a Salerno. Nel 1254, dopo appena quattro anni di regno Corrado morì lasciando erede al trono il tenero figlioletto, Cor-radino. Ne approfittò il fratello Manfredi, che, autonominatosi tutore del bimbo, seppe ben presto riunire nelle sue mani le fila dello smembrato regno; anche Napoli, che era passata sotto la protezione di Innocenze IV, fu riconquistata. Fu allora che il pontefice, per liberarsi degli Hohenstaufen, pensò di chiamare in Italia il fratello del re di Francia promettendogli in cambio del suo aiuto quel regno di Sicilia che riteneva suo feudo. Carlo d'Angiò, principe ambizioso e risoluto, non si fece ripetere l'of¬ferta e giunto a capo di un forte esercito, nel 1266 sconfisse Man¬fredi a Benevento e ne relegò la vedova ed i figli in lontani ca-stelli.
Passò quindi a mettere ordine nel regno con rappresaglie spesso inutilmente crudeli, e prescelse in-fine come sua residenza Napoli, dove diede inizio alla costruzione del Castello Nuovo, o, Maschio Angioino come è volgarmente chiamato. Carlo si dimo¬strò in pace un re saggio e prudente, poiché cercò di favorire il commercio, protesse i letterati e gli artisti e partecipò attiva¬mente alla costruzione di chiese e monasteri, sia facilitando le opere, sia elargendo munifiche elemosine. Nonostante questi lati buoni, non riuscì però a farsi amare dal popolo per la sua du¬rezza, resa forse necessaria dalla precarietà del suo potere.
Appena un anno dopo la sconfitta di Manfredi, dalla Ger¬mania dove si era rifugiato, l'ultimo degli Ho-henstaufen, Corradino, volle tentare la riconquista del regno che gli spettava per diritto di eredità. Il giovanissimo principe (non aveva che quin¬dici anni), riuscì fra Avezzano e Tagliacozzo ad avere un certo successo sul campo, dividendo l'esercito angioino in due tron¬coni, ma quando sembrava che ormai la vittoria fosse sicura ed il nemico in fuga, re Carlo, giunto con truppe fresche, capovolse de-finitivamente le sorti della battaglia. Corradino ed un suo al¬trettanto giovane cugino, rimasti con pochi fidi, chiesero asilo in un castello, ma furono traditi e consegnati nelle mani del¬l'angioino, che senza alcuna pietà li fece condannare ambedue alla decapitazione.
La dura politica di Carlo provocò malcontento anche in Si¬cilia, e gli isolani, capeggiati da Giovanni da Precida, il lunedì in Albis del 1282 insorsero chiedendo protezione a Pietro d'Ara-gona: fu il distacco definitivo della Sicilia dal regno angioino.
Nella guerra contro i ribelli fu fatto prigioniero il gio¬vane erede al trono, al quale i siciliani avrebbero dato volen¬tieri lo stesso trattamento che Carlo I d'Angiò aveva dato a Corradino di Svevia se la regina Costanza, moglie di Pietro d'Aragona e figlia di Manfredi di Svevia, non lo avesse preso sotto la sua protezione. Carlo fu poi riscattato e dopo la morte del padre salì al trono. Durante il suo regno, durato dal 1285 al 1300, egli riconquistò per breve tempo la Sicilia, ampliò le mutazioni della città e continuò le opere intraprese dal padre fra cui la costruzione di alcune delle più belle chiese napole¬tane; favorì il commercio e introdusse a Napoli l'arte della lana.
Egli ospitò nel suo castello papa Celestino V e poi quel con¬clave che portò al soglio di Pietro Bonifa-cio Vili. La sua suc¬cessione fu alquanto movimentata, poiché designò quale suo successore sul trono di Napoli il figlio terzogenito Roberto; esclu¬dendo da questo possedimento il nipote Caroberto, figlio del primogenito Carlo Martello, successo sul trono d'Ungheria.
Per evitare al padre ogni possibile questione, Roberto volle che il testamento del genitore fosse sancito da una decisione del pontefice, e, recatosi ad Avignone, volle essere incoronato re da Clemente V. Questo sovrano il cui regno durò dal 1309 al 1343, si interessò di lettere e di arti, chiamando alla sua corte letterati e poeti, e raccolse una ricca biblioteca; fu un accorto amministratore e riuscì ad ammassare un pingue tesoro che do¬veva servire, nei suoi disegni, per la riconquista della Sicilia. Fece abbellire e decorare Castel Nuovo e, spinto anche dalla pia consorte, Sancia di Majorca, finanziò e diresse la costru¬zione del complesso francescano di Santa Chiara. Egli ebbe un solo figlio maschio, Carlo, che morì lasciando due tenere figlio-lette: alla morte di Roberto, quindi, gli successe al trono la ni¬pote Giovanna. Il nonno, per proteggerla dalle insidie degli an¬gioini d'Ungheria — che come di-scendenti del ramo primogenito avrebbero potuto accampare diritti sul trono di Napoli — l'aveva data in moglie appunto ad Andrea d'Angiò, fratello di re Luigi d'Ungheria. A distanza di un anno, però, il giovane principe con¬sorte fu barbaramente assassinato e si sospettò che mandante fosse stata la stessa moglie, il cui scarso affetto per il marito era ben noto.
Il popolo napoletano, indignato, insorse e chiese giustizia mentre la regina si asserragliava prima in Castel Nuovo e poi in Castel dell'Ovo. Anche il papa, preoccupato degli sviluppi che poteva prendere la situazione, poiché dall'Ungheria il fratello dell'ucciso minacciava di mettere a ferro e fuoco il regno, inviò un suo legato ed incaricò il Gran Giustiziere Bertrando del Balzo di trovare i colpevoli e punirli in modo esemplare.
Né la punizione di tutti coloro che erano implicati nel de¬litto, denunziati da uno di loro che era stato messo alla tor¬tura, né le esortazioni del papa alla clemenza bastarono però a placare la sete di vendetta del fratello dell'ucciso. Luigi d'Un¬gheria, appena gli fu possibile, partì alla volta di Napoli con un forte esercito sbaragliando sulla sua strada le disorganizzate mi¬lizie napoletane agli ordini di Luigi d'Angiò, principe di Taranto, secondo marito della regina. A questa non restò che fuggire in Provenza presso il papa: a Napoli lasciava, forse nella speranza che la sua presenza potesse intenerire il monarca magiaro, il figlioletto avuto da Andrea, che portava il nome dell'avo Carlo Martello.
Luigi d'Ungheria fu duro ed implacabile: fece ammazzare perché sospetto di aver preso parte anch'egli alla congiura, il cugino Carlo di Durazzo, cognato della regina, che gli era andato incontro e chiunque altro fosse sospetto di fedeltà a Giovanna.
Entrato in Napoli, trattò con odiosa albagìa nobili e dignitari e fece saccheggiare per tre giorni la reggia dalla sua sol¬dataglia, prima di prendervi dimora.
La città lo vide quindi partire con un sospiro di sollievo conducendo con sé il nipotino e tutto quanto gli piacque por¬tarsi dietro, e accolse con gioia il ritorno dei due sovrani.
A distanza di alcuni anni il re d'Ungheria tornò a mettere a ferro e fuoco il napoletano ed ancora un volta Giovanna fu costretta a fuggire. Morto il secondo marito, la sovrana passò a terze e poi a quarte nozze, mentre il regno versava in condizioni sempre più disperate. Non avendo discendenti diretti, Giovanna designò suo erede Carlo di Durazzo, figlio di un cugino e poi in un secondo momento Luigi d'Angiò. Prendendo lo spunto dal fatto che la regina aveva accolto a Napoli l'antipapa, spinto dal pontefice legittimo e dal re d'Ungheria, il cui odio non si era mai placato, Carlo di Durazzo spodestò l'anziana zia che fece poi segretamente eliminare e si impadronì del regno.
Questi fatti avvenivano nel 1371. Cinque anni dopo l'usur-patore del trono di Sicilia morì a sua volta di morte violenta in Ungheria.
La vedova si trovò a dover fronteggiare una situazione dif-ficilissima, con le casse dello stato quasi vuote, fra le insidie dei feudatari e di Luigi d'Angiò che affermava i suoi diritti al trono quale figlio a-dottivo di Giovanna. Furono anni durissimi di lotte continue durante i quali Margherita di Durazzo dimo¬strò coraggio e decisione più che virili; Napoli cadde nelle mani dei partigiani di Luigi d'Angiò e la famiglia reale dovè rifu¬giarsi a Gaeta. Il figlio Ladislao, incoronato re a soli quindici anni, dimostrò subito doti di rara fermezza ed audacia. Egli riuscì non solo a prendere saldamente possesso del suo regno, ma, audace e ambizioso, lo rese temuto e rispettato. Purtroppo, quando sembrava sulla via di conquiste maggiori si ammalò e morì, a soli trentotto anni, di un male misterioso.
In mancanza di discendenti gli successe la sorella Giovanna, vedova di Giovanni d'Austria, una donna debole e schiava dei suoi vizi, assolutamente inadatta a reggere un regno.
Le si diede un marito nella persona di Giacomo della Marca, un principe francese che tentò di tenerla prima in segrega¬zione per impadronirsi del potere e poi, costretto dal popolo a liberarla, preferì tor-narsene disgustato nelle sue terre. La regina passò da un amante all'altro finché uno più furbo degli altri, Ser Gianni Caracciolo, riuscì a prendere in pugno la situa¬zione ed a farsi nominare Gran Sini-scalco del Regno. Poiché non aveva eredi, Giovanna di Durazzo, per avere un alleato contro i suoi nemici dall'interno e dall'esterno, adottò Alfonso V d'Aragona, ma poi, preoccupata che l'erede potesse essere troppo im¬paziente, annullò l'adozione. Dopo che Ser Gianni Caracciolo fu ucciso in una congiura di palazzo, la regina si comportò con maggiore indecisione ed inettitudine; fra i suoi ultimi atti vi fu l'adozione di Renato d'Angiò che alla sua morte fu quindi pro¬clamato re di Napoli e di Sicilia.
Alfonso d'Aragona invece, che non aveva affatto rinunciato al regno, assediò la capitale con un esercito agguerrito e dopo essere riuscito ad espugnarla, nel 1442 si preoccupò di prendere saldamente possesso del resto del territorio napoletano.
Il capostipite di questa nuova dinastia, che regnerà su Na¬poli fino al 1501, fece il suo ingresso trionfale nella capitale il 26 febbraio del 1443. Il re dimostrò ben presto ottime qualità: pro¬tesse le arti e le lettere da vero mecenate favorendo lo sviluppo di una scuola umanistica che fu all'avanguardia in tutta la pe-nisola. I napoletani tuttavia continuarono a considerarlo uno straniero, forse perché egli amava circondarsi di gente del suo paese e non mancarono sommosse e tumulti contro di lui. La potenza crescente dell'aragonese gli attirò d'altra parte la diffi¬denza dei fiorentini che lo avversarono al punto che egli li scacciò dal suo regno confiscandone i beni: anche la sua poli¬tica di amicizia con Milano non ebbe successo.
A Napoli, Alfonso, che aveva lasciato in patria la moglie Maria di Castiglia, si innamorò di una giova-nissima damigella, figlia del castellano di Torre del Greco, Lucrezia d'Alagno, ma per quanto cercasse di convincere il papa, che pure era uno spagnolo, a concedergli l'annullamento del vincolo perché la consorte non aveva potuto dargli un erede, non riuscì nell'in¬tento. La morte lo colse ancora giovane e la sua favorita fu co¬stretta ad andare in esilio.
Morto Alfonso, il 27 giugno 1458 gli successe sul trono di Napoli, secondo il suo volere, il figlio ba-stardo Ferrante, che regnò sino al 1494, uomo duro e senza scrupoli; durante il suo regno fu ordita la Congiura dei Baroni, ma la vendetta del so¬vrano fu implacabile poiché egli mandò a morte i congiurati fa¬cendo una vera strage. Il suo comportamento gli valse i rim¬brotti di san Francesco di Paola, di passaggio a Napoli, per fon¬darvi un convento. Il frate accettò l'ospitalità del re in Castel Nuovo, ma gli predisse che la sua anima sarebbe divenuta preda del diavolo se avesse continuato ad agire con tanta cru¬deltà. Le sue parole sembra che toccassero il cuore del sovrano, che effettivamente divenne più mite verso coloro che dovevano essere giudicati e cercò anche di avvicinarsi alla Chiesa ed al clero.
Ferrante ebbe però i suoi meriti: fece aumentare le cattedre nell'Università, continuò la ricostruzione di Castel Nuovo, ini¬ziata dal padre, e dotò di belle porte rinascimentali la cinta delle mura. Nel 1494 Ferrante morì e gli successe Alfonso II, che regnò un solo anno, dopo il quale abdicò in favore di suo fi¬glio Ferrante II. Gli angioini non avevano mai rinunciato alle loro pretese sul Regno di Napoli e il re di Francia Carlo Vili veniva in Italia per riconquistarla. Alfonso II, sapendo di es¬sere inviso al suo popolo, abdicò in favore del figlio nella spe¬ranza che ciò causasse una sorta di disgelo tra i feudatari che gli erano ostili, ma il giovane erede, quantunque cercasse di or¬ganizzare la difesa, non potendo fronteggiare l'esercito francese fu costretto a rifugiarsi ad Ischia mentre le milizie straniere mettevano a ferro e fuoco il suo regno. I francesi erano però così odiati che anche Carlo Vili ritenne opportuno dopo qualche tempo lasciare Napoli e Ferrante II potè quindi rientrarvi. In se¬guito il re affrontò vit-toriosamente ad Atella l'esercito nemico, che fu costretto ad arrendersi, ma poi, colto dalla malaria, a soli ventinove anni morì, il 7 ottobre del 1496. Non avendo eredi, il regno passò allo zio Federico, principe d'Altamura, che regnò molto poco, non potendo barcamenarsi tra i francesi da un lato e dall'altro gli spagnoli che vantavano anch'essi diritti, in quanto il loro re era un discendente legittimo di Alfonso d'Aragona. Inol¬tre, alleandosi con i turchi, si alienò anche le simpatie del suo popolo atti-randosi la scomunica del papa. Francia e Spagna guerreggiarono per il possesso del regno e la vittoria andò agli spagnoli; mentre Federico si consegnava nelle mani dei francesi, a Napoli entravano i nuovi padroni al comando di Consalvo de Cordova. Da allora ebbe inizio la dominazione spagnola che si può dividere in due tempi, un vicereame dal 1503 al 1734 con una breve parentesi di dominazione austriaca, ed un regno dal 1734 al 1861 con la breve parentesi dell'effimera repubblica del 1799 durata soltanto pochi mesi e dieci anni di occupazione francese.
Nel 1506 Ferdinando il Cattolico volle visitare Napoli, e la¬sciandola vi insediò come suo viceré il conte di Ripacorsa don Giovanni d'Aragona, che fu affiancato da alcuni consiglieri scelti tra la nobiltà napoletana, precisamente Andrea Carafa, Ettore e Giovanni Battista Spinelli. La città continuò ad essere rappre¬sentata da cinque sedili di nobili e da una « piazza, di popolo », ma il periodo del viceregno fu per Napoli uno dei più tristi in quanto molti viceré che si avvicendarono venivano più per depredare la città di opere d'arte e per imporre tasse e gabelle che per amministrarla saggiamente. I privilegi che erano stati concessi da Ferdinando il Cattolico non servirono a dare sere¬nità e pace al popolo, oppresso da continue richieste di denaro.
Furono pochi i viceré che valga la pena di ricordare, e tra questi don Pedro Alvarez de Toledo, che pur essendo energico e severo riuscì a farsi amare. Appassionato di urbanistica e del riattivamento edilizio, provvide all'apertura di strade, alla si¬stemazione delle mura e delle porte e alla costruzione di quei quartieri situati a ponente della importante arteria napoletana che porta ancora il suo nome, anche se toponomasticamente è nota come via Roma. Fra l'altro egli fece costruire alla fine di questa strada un palazzo per residenza sua e dei suoi succes¬sori. Ricorderemo ancora Ferrante de Castro, conte di Lemos, che decise l'edificazione dell'attuale reggia, continuata da suo figlio Pedro de Castro; il secondo duca di Ossuna, che si trovò coinvolto nella sommossa di Masaniello, un moto di protesta contro le tasse e le gabelle che ad ogni pie sospinto venivano imposte per estorcere denaro al popolo. Il duca d'Arcos, che gli successe, volle imporre un'altra tassa sulla frutta, provocando una violenta ribellione nella quale l'arcivescovo di Napoli car¬dinale Ascanio Filomarino prese le parti del popolo invitando il viceré a rivedere la questione: fu giocoforza eliminare la ga¬bella e subire l'imposizione di alcuni Capitoli scritti da Giulio Genoino che sancivano i diritti del popolo. L'insurrezione cul¬minò con la creazione di una repubblica indipendente, il cui capo fu prima un tale Gennaro Annese e poi il duca di Guisa Enrico di Lorena, ma il nuovo viceré conte di Ognatte e don Giovanni d'Austria restaurarono il dominio spagnolo ed il capo della sommossa, Masaniello, mori tragicamente senza essere rimpianto nemmeno da quel popolo per il quale si era tanto battuto.
Alla fine del secolo XVII, dopo la morte di Carlo II di Spagna si creò una questione per la successione al trono tra Filippo V e l'imperatore Leopoldo d'Austria. Mentre il viceré proclamava nuovo re di Napoli Filippo, alcuni nobili napoletani, con a capo il principe di Macchia, si misero in contatto con l'Austria sperando di potersi liberare dell'odioso vicereame spa¬gnolo. La congiura fallì e si ebbe a Napoli un viceregno au¬striaco dovuto unicamente al trionfo delle armi austriache nel 1707. Carlo d'Austria fu quindi re di Napoli, e imperatore come Carlo VI, ed i suoi viceré dal 1707 al 1734 continuarono ad abu-sare del popolo napoletano. Il dominio austriaco terminò col vi¬ceré conte della Pieve Giulio Visconti a causa di ulteriori com¬plicazioni internazionali dovute alla guerra per la successione di Polonia.
Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisa-betta Farnese, designato a succedere al granduca di Toscana fu incitato alla conquista dell'Italia Meridionale e del regno di Na¬poli e di Sicilia. Poiché gli stessi napoletani parteggiavano per gli spagnoli, al giovane principe non fu difficile entrare da vinci¬tore a Napoli riconfermandola capitale del regno mentre il suo esercito continuava l'occu-pazione della Puglia e della Sicilia. Dopo esser riuscito nel suo intento, il re rientrò a Napoli da quella Porta Capuana dalla quale entrarono tutti i dominatori, ossequiato dai nobili e dal clero: nominò quindi ministro di Giu¬stizia un brillante ed energico avvocato, Bernardo Tanucci.
Nel 1740 essendovi un'altra guerra fra Austria e Spagna, Fi¬lippo V ordinò al figlio di inviare un esercito in aiuto degli spagnoli: Carlo non esitò ad obbedire, anche se a malincuore avendo promesso un periodo di pace e di serenità al suo popolo, ma poiché l'arrivo delle truppe napoletane indusse l'In-ghilterra a mandare per rappresaglia parte della sua flotta nel golfo di Napoli, convenne far marcia indietro. Quando con il trattato di pace il regno delle Due Sicilie fu assegnato in parte all'Austria e in parte a Carlo Emanuele di Savoia, Carlo a capo del suo esercito puntò su Velletri, dove sbaragliò l'e-sercito austriaco che era comandato dal principe Lobkowitz: questa vittoria ta¬gliò corto ad ogni inge-renza straniera nel suo regno, che, dopo la morte del padre, egli fu definitivamente libero di dirigere a suo modo. Di buon grado Carlo di Borbone acconsentì al desi¬derio materno che prendesse moglie e appena ventiduenne impalmò la quattordicenne Maria Amalia di Sassonia figlia del re di Polonia che nel 1747 gli diede l'erede, a cui fu imposto il nome del nonno, Filippo.
Questo sovrano fu amante dell'arte e a lui si devono im¬portanti opere come la Reggia di Capodimonte, l'ampliamento della Reggia di Napoli, la Reggia di Caserta, l'Albergo dei Po¬veri, il Teatro San Carlo e la creazione della famosa Fabbrica di Porcellane di Capodimonte, per la quale fece venire degli ar¬tisti dalla Sassonia. Il re era talmente orgoglioso e geloso della manifattura di porcellane che quando lasciò Napoli si portò tutto quello che fu possibile smantellare, mentre la composi¬zione degli impasti rimaneva un segreto. Alla morte del fratello, re di Spagna, Carlo III ereditò il trono e si trasferì quindi nel suo nuovo regno lasciando a Napoli il figlio Ferdinando, che aveva appena otto anni, assistito da un consiglio di reggenza pre¬sieduto dal ministro Tanucci, e composto dai principi di San Ni-candro, di Pappacoda e di Caporale, dal Capitano Generale del¬l'Esercito Domenico de' Sangro, dal principe di Ardore e dal conte Lelio Carata. Essendo il primogenito Filippo debole di niente, era stato infatti de-signato il secondogenito alla succes¬sione di Spagna, mentre il trono di Napoli veniva dato al terzo-genito.
Ferdinando IV fu sempre legato al Tanucci che lo aveva avviato nella difficile arte del governo, anche se lo aveva reso inviso al popolo con l'espulsione dei gesuiti e la chiusura di alcuni conventi e chiese. Divenuto maggiorenne, nel 1768 questo re sposò Maria Carolina d'Austria, sorella di Maria Antonietta regina di Francia, ambiziosa e superba, che per la sua smania di prender viva parte agli affari di stato, dopo la nascita del principe ereditario Francesco riuscì a far esautorare dalle sue prerogative e sollevare dall'incarico il ministro Tanucci sosti¬tuendolo con l'inglese Acton, che si diceva fosse il suo favorito. Ferdinando IV dal canto suo non era all'altezza della situazione, e senza una direttiva unica e ferma il regno di Napoli ebbe una politica debole e insicura; si alleò prima con l'Austria, poi con l'Inghilterra ma quando Napoleone avanzò in Italia fu costretto, nel 1796, a firmare la pace di Parigi. Il sovrano napoletano volle poi inviare in difesa della città eterna un esercito al comando dell'austriaco Mack che ottenne delle vittorie sui francesi, ma in seguito i napoletani furono respinti ed il pontefice Pio VI dovè subire la violenza di Napoleone, che lo fece prigioniero e tenne in esilio fino alla morte, avvenuta nel 1799. Napoleone ordinò quindi al generale Championnet di marciare su Napoli e il re ritenne opportuno rifugiarsi con la famiglia a Palermo mentre il popolo si divideva nei due opposti partiti, realisti e giacobini, favorevoli questi ultimi ai francesi ed alla creazione di un governo repubblicano. Fu fondata l'effimera Repubblica Partenopea, che tramite il suo ministro di Giustizia marchese Emanuele Mastelloni di Cappograssi, infierì contro coloro che non avevano voluto aderire alla idee repubblicane, ma ben pre¬sto la situazione cominciò a capovolgersi. Infatti, mentre la flotta inglese si avvicinava a Napoli, Napoleone partiva per l'Egitto per attaccare l'Inghilterra nei suoi possedimenti ed ai patrioti napoletani venne a mancare l'appoggio francese. Con-temporaneamente il cardinale Fabrizio Ruffo, sbarcato in Ca¬labria riconquistava il regno e la capitale promettendo ai repub¬blicani un'onorevole capitolazione, purtroppo non rispettata dal l'ammiraglio Nelson, che fu spieiato nella repressione. Caddero vittime della rappresaglia borbonica l'ammiraglio Caracciolo. Eleonora Pimentel Fonseca, il conte di Ruvo Ettore Carata, il marchese di Genzano e molti altri.
La vittoria di Napoleone a Marengo nel 1800 ridusse il regno di Napoli praticamente in condizioni di vassallaggio. D'altro canto la reazione borbonica causò gravi conseguenze poiché, oltre ad indebolire la cultura, fece sì che il governo si alienasse la simpatia delle migliori forze del paese: potè quindi contare soltanto sulla popolazione delle campagne e sui « lazzari » della capitale. Re Ferdinando IV nel 1806 fu costretto per la seconda volta a rifugiarsi in Sicilia, mentre Napoleone, dichiarato indi¬pendente il regno di Napoli, vi poneva sul trono il fratello Giu¬seppe Bonaparte, a cui nel 1808 fece subentrare il cognato Gioac-chino Murat. Solo dopo il Congresso di Vienna ed il proclama di Rimini nel 1815, che decretarono la fine del decurionato fran¬cese, re Ferdinando potè rientrare nella sua capitale. Di lì a poco, morta la consorte Carolina, egli sposò morganicamente la duchessa di Floridia Lucia Migliaccio.
A questo secondo ritorno dei Borbone a Napoli non seguì alcuna reazione, anzi il monarca fu piuttosto generoso con co¬loro che avevano tradito al giuramento mutando bandiera, e molti rimasero o rientrarono ai loro posti. Fu abolito il codice civile napoleonico e venne adottato il Codice Ferdinan-deo, men¬tre alcuni napoletani chiedevano la costituzione liberale, che Ferdinando VII di Spagna aveva già concessa. Ferdinando IV promulgò una carta costituzionale, ma questa non soddisfece i carbonari che chiedevano maggiori concessioni. Dopo il Conve¬gno di Lubiana il 23 marzo del 1821 ricominciò a serpeggiare lo scontento e ripresero vita quei moti rivoluzionari che sin dal 1820 erano partiti da Noia. Il re che era a Firenze nominò mini¬stro di polizia il principe di Canosa, il quale represse duramente la sommossa: seguì poi la revoca della costituzione, mentre gli austriaci inviavano truppe per dar man forte al monarca bor¬bonico onde eliminare ogni cellula sovversiva. Il 3 gennaio del 1825 Ferdinando IV morì dopo aver regnato per sessantacinque anni e salì al trono il figlio Francesco I, che regnò dal 1825 al 1830, passando quasi inosservato sul trono di Napoli. Alla sua morte gli successe il figlio Ferdinando II che regnò dal 1830 al 1859. Questo sovrano ebbe un'attitudine spiccata per tutto quanto riguardasse le forze armate: rinforzò l'esercito, la marina e le forze di polizia, e fece venire a Napoli alcuni reggimenti svizzeri perché appoggiassero l'esercito e potessero reprimere eventuali sommosse popolari; curò l'istruzione dei suoi ufficiali e sottuffi¬ciali mal sopportando l'incapacità dei vecchi generali, con i quali fu molto energico. Sposò in prime nozze Maria Cristina di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I, che morì dopo aver dato alla luce l'erede al trono, e convolò quindi a nuove nozze con Maria Teresa d'Austria, dalla quale ebbe numerosi figli.
Nel 1848 Ferdinando concesse la costituzione ma lo scontento per alcune limitazioni provocò i famosi moti che in quell'anno insanguinarono Napoli, duramente repressi dai reggimenti sviz¬zeri. Il sovrano morì a Caserta il 22 maggio del 1859 di ritorno da Bari, dove si era recato a ricevere la nuora Maria Sofia, la¬sciando al mite figliolo un regno saturo di focolai di ribellione, irrimediabilmente com-promesso da una politica interna sba¬gliata e dal movimento unitario che fermentava in ogni parte d'I-talia.
Francesco II non era né un uomo d'azione né un politico, quindi forse la persona meno indicata per affrontare la si¬tuazione. Mal consigliato ed assolutamente inesperto il giovane sovrano rifiutò l'alleanza offertagli da Vittorio Emanuele di Sa¬voia senza rendersi conto che il suo popolo si risvegliava. La seconda guerra di indipendenza non gli fu di ammaestramento né prese sul serio la partenza di Garibaldi da Quarto. Concesse in extremis la costituzione e offrì al Piemonte la collaborazione pre-cedentemente rifiutata ma ormai era troppo tardi e Cavour sfuggì alle offerte con una ambigua politica. Garibaldi, intanto, navigava verso la Sicilia, e dopo una breve sosta a Talamone e ad Orbetello, ancorò a Marsala alle 2 pomeridiane dell'I 1 mag¬gio 1860, sicuro di non trovare nel porto naviglio borbonico. Vi erano invece due navi da guerra inglesi: l'Argus e l'Intrepid, che lasciarono sbarcare i miliziani di Garibaldi prima di accorgersi della loro identità. Quando si resero conto dell'accaduto, il co¬mandante borbonico non avrebbe potuto aprire il fuoco senza colpire alcuni ufficiali delle sue navi che erano a terra e le case e negozi appartenenti agli inglesi.
Dopo tanto indugio, finalmente le navi borboniche aprirono il fuoco contro il molo, ma la delegazione britannica, formata dal comandante Marryat, dal Winnington-Ingram e dal Cousin s'imbarcò subito su di una lancia per recarsi a bordo di una delle due navi napoletane e pregare quel comandante di diri-gere bene il tiro, evitando gli stabilimenti « vinicoli » inglesi.
Nonostante l'attenzione dei tiratori un proiettile entrò nello stabilimento vinicolo del cittadino britan-nico Woodhouse e per poco non uccise la moglie del direttore.
Sopraggiunse poi il vascello borbonico Capri che aprì il fuoco contro i garibaldini, che trasportavano cannoni e muni¬zioni verso la città; si ritiene che cadesse un solo piemontese.
Al tramonto del sole cessarono le ostilità, e Garibaldi, grazie agl'Inglesi, aveva superato « la linea del bagnasciuga » o per me¬glio dire la battigia. Favorito dalla sorte, giunto a Salemi lanciò un breve pro-clama, col quale assumeva la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II. Insieme agli insorti, si diresse poi verso Palermo, ma a Calatafimi trovò il passo sbarrato da un forte corpo dell'esercito borbonico, che occupava le alture. La lotta fu accanita, gravi le perdite, perfino Nino Bixio si lasciò pren¬dere dallo sconforto, ma Garibaldi fu irremovibile ed intrepido: «Nino -- esclamò -- qui o si fa l'Italia o si muore» (15 maggio). Marciando risolutamente su Palermo al grido di « O a Palermo o all'inferno », superata la difesa napoletana, i Mille penetrarono nella città, che subito dopo insorse contro i Bor¬bone (27 maggio). II « Piccolo Corriere », quotidiano clandestino, cominciò a narrare allora le imprese di Gari-baldi.
Nella reggia di Napoli non si riusciva a capire come un pugno di « filibustieri » potesse trionfare!
Alessandro Nunziante, già aiutante di campo di Ferdinando II, si recò a Sorrento, nella villa del Filan-gieri, per scongiurarlo in nome del re di ritornare alla reggia, ma il Filangieri rifiutò.
Consigliato dal Carafa il re rivolse allora a Napoleone III una lettera per chiedere il suo potente aiuto, pronto a fare

quanto gli consigliasse; gli fu cortesemente risposto che sarebbe stata opportuna una intesa col Piemonte e la concessione della Costituzione.
Il 21 giugno si tenne nel Palazzo Reale di Portici un consi¬glio di Stato e di famiglia (il re era in quel giorno indisposto), e si decise con 11 voti contro 3 di accettare il consiglio dell'Im¬peratore.
I reali Borbonici avevano fatto promesse di libertà ai napole¬tani nel 1812, con la speranza che chiu-dessero le porte alla restau¬razione, nel 1820 e nel 1848. Alla tardiva concessione della co¬stituzione e al tentativo di un'intesa col Piemonte reagirono da Firenze e da Torino gli esuli napoletani, i quali ve-devano in questi nuovi orientamenti del sovrano una subdola manovra per impedire o tardare l'unità d'Italia.
Purtroppo le città della Sicilia capitolavano una dopo l'al¬tra. Conquistata quasi tutta l'isola, Garibaldi doveva attraver¬sare lo stretto di Messina, per portare la guerra sul continente. Vittorio Emanuele allora, nel timore di complicazioni interna¬zionali, inviò a Garibaldi una lettera ufficiale in cui lo pregava di non passare lo stretto. Incurante di tale preghiera nella notte dal 19 al 20 agosto Garibaldi che si era tanto accanito in questa spedizione contro il napoletano, sbarcato a Melito occupò Reggio e tutta la Calabria passò in mano ai comitati rivoluzionari, do¬podiché cominciò ad essere ritenuto imbattibile e invulnerabile, e da Reggio a Napoli non incontrò molte difficoltà; purtroppo i reali erano troppo giovani per comprendere quale tragedia si stava scatenando sulla loro famiglia.
Francesco pensava di guidare personalmente il suo eser¬cito contro quello di Garibaldi, ed in tal guisa i soldati si sareb¬bero rincuorati e gli avvenimenti — forse — avrebbero potuto prendere ben altra piega. La regina e i fratellastri del re erano favorevoli a quel progetto, ma il generale Bosco gli consigliò di desistere. Il sovrano si trovò quindi tra due fuochi: quello dei nemici e quello dei rivoluzionari napoletani.
Certo sarebbe stato preferibile affrontare Garibaldi a Salerno oppure ritirarsi ed aspettarlo al di là del Volturno, dove le due città di Capua e Gaeta erano potentemente fortificate. Si adunò un consiglio di guerra e il re, valutata bene la situazione, decise di ritirarsi a Gaeta, per difendere « i suoi le¬gittimi di-ritti ».
Amava Napoli, vedeva nella sua incomparabile bellezza na¬turale un riflesso della potenza creatrice di Dio, e voleva ri¬sparmiarle gli orrori della distruzione e della guerra, e così, il 5 settembre, annunzio ai ministri e ai comandanti della Guardia Nazionale la sua decisione.
Chiese ad Antonio Spinelli, presidente dell'effimero Mini¬stero costituzionale, di compilare un proclama di addio al po¬polo napoletano, e al Ministro degli Esteri De Martino di avan¬zare una decisa protesta a tutte le potenze d'Europa.
Abbandonato e tradito anche dai parenti come il conte Leo¬poldo di Siracusa ed il conte d'Aquila, Francesco II dispose che la difesa del suo regno fosse svolta sul Volturno e sul Garigliano tra Gaeta e Capua, e al cardinale Sisto Riario Sforza affidò la nobile città. Col fidatissimo « luciano » Vincenzo Criscuolo i reali si imbarcarono sul « Messaggero »; pochi furono coloro che lo seguirono. Dal porto furono invitate tutte le altre unità navali a formare convoglio reale, ma nessuna seguì il «Messaggero»! Dopo Capri si incrociarono altre unità della Ma¬rina Borbonica, ma nessuna volle aggregarsi; la piccola nave giunse a Gaeta, nelle prime ore del 7 settembre 1860. In quello stesso giorno il dittatore entrava in Napoli.
Non si può tralasciare di ricordare che l'esercito borbo¬nico uscito da Capua, travolse impetuosamente i garibaldini, tanto che tutta Napoli rimase commossa di questa strenua ri¬scossa di Francesco II; ma errori su errori fatti da vecchi ed incompetenti generali non riuscirono a sfruttare questo primo successo.
I garibaldini, dopo i rinforzi recentemente avuti, erano circa ventiquattromila, l'esercito borbonico po-teva contare su una munitissima fortezza entro cui si sarebbe potuto ritirare in caso di sconfitta, mentre Garibaldi era su una difficile pianura. Il fronte della battaglia era vastissimo, poiché si esten-deva ad arco per 35 Kilometri, da San Tommaso a Maddaloni e comprendeva an¬che buona parte delle valli che tagliano il massiccio del Tifata. L'attacco cominciò all'alba del 1 ottobre del 1860 e si concluse il 22 dello stesso mese. I garibaldini ebbero molte perdite e lo stesso Garibaldi fu ferito ad una gamba, ma riuscì lo stesso a trascinare le truppe alla vittoria fratricida. Subito dopo indisse a Napoli un plebiscito che decise l'annessione del regno borbo¬nico a quello savoiardo.
Intanto Vittorio Emanuele II, alla testa dei venticinquemila uomini, che avevano fatta la campagna delle Marche, passava il Tronto e lentamente si avviava verso Napoli; Garibaldi si mosse per riceverlo. L'incontro avvenne a Teano (26 ottobre) o se¬condo altri a Caianiello, comunque in una via di campagna, ed il giorno seguente, nella sala del trono, Garibaldi consegnò al re i poteri dittatoriali.
A Gaeta Francesco II e Maria Sofia opposero una disperata ed eroica resistenza che si protrasse sino al 13 febbraio del 1861. Il giorno dopo i sovrani si imbarcarono insieme ad un centinaio di passeggeri, fra i quali erano il conte di Trapani e il conte di Caserta che li avevano seguiti, su un'imbarcazione messa a loro disposizione da Napoleone III, alla volta di Terracina, suolo pontificio. I sovrani si stabilirono quindi a Roma e vi rimasero sino al 1870; poco dopo la loro partenza anche lo Stato Ponti¬ficio fu incorporato nel regno d'Italia e Roma ne divenne la capitale.
Con l'annessione del regno di Napoli all'Italia la storia di questa città diventa parte integrante della storia d'Italia.
Vi è una parentesi che vai la pena di ricordare, quella delle Quattro Giornate nel 1943 durante le quali il popolo napoletano mostrò il suo coraggio affrontando quasi inerme il potente esercito tedesco. Il 25 settembre del 1943 gli aerei dell'aviazione alleata, quegli stessi che per anni avevano bombardata la città distruggendo vite e opere d'arte, lanciarono manifestini incitando il popolo a ribellarsi dalle truppe germaniche. La città mutilata e sofferente — aveva avuto circa 20.000 vittime nei bombardamenti oltre ai 3.000 morti a causa dello scoppio di un piroscafo carico di esplosivo ormeggiato nel porto — seppe tro¬vare la disperata forza di ribellarsi contro l'oppressore nazista. L'esercito, senza ordini e senza guida, si era volatilizzato. Il 12 settembre del '43 il colonnello Scholl, comandante delle forze na-ziste a Napoli, mise in stato di assedio la città, ma quando le truppe alleate, superato il passo di Chiunzi, occuparono i co¬muni vesuviani, si rese conto della necessità di ritirarsi. Dispose però prima, dal 23 al 27 settembre, fucilazioni e deportazioni in Germania mentre abbandonava al saccheggio la città. L'insurre¬zione armata di Napoli partì dai cosiddetti « quartieri » il 28 set¬tembre e la violenta reazione dei partigiani prese di sorpresa l'avversario anche perché nelle mani dei napoletani si materializ¬zarono bombe a mano ed armi da fuoco. Il 28 settembre del 1943 raffiche di mitra e deto-nazioni rivelarono l'inizio dei combatti¬menti presso il campo sportivo al Vomero. I partigiani costrin-sero il presidio tedesco ad arrendersi, ma la reazione germanica fu violenta e giovani disarmati furono passati per le armi dal maggiore tedesco Sakau.
La guerriglia venne ripresa e tutta la città insorse. Alcuni squadristi cercarono di attaccare i partigiani del Vomero e in vari punti della città avvennero scontri tra napoletani e tedeschi. Così in Vico delle Trone, in Piazza Mazzini, in via Salvator Rosa, in via Gesù e Maria, in via Roma nei pressi della Rina-scente, in piazza Gianbattista Vico, al Vasto, nella zona di Capodimonte, ai Colli Aminei, in via S. Te-resa, via Pessina, a piazza Dante. I tedeschi incominciarono ad usare carri armati ed autoblinde contro il popolo disarmato, cercando di incutere terrore per far sì che i partigiani desistessero dalla lotta. In-tanto erano stati impiantati nidi di mitragliatrici e di fucili sulle terrazze dei palazzi e il nemico con i suoi carri armati non de¬stava più quel terrore che aveva suscitato all'inizio. Questa guer¬riglia si pro-trasse fino al 30 settembre e i partigiani napoletani ebbero notevoli perdite. Tutta Napoli era insorta, da Capodimonte a Posillipo, dal Vomero al Vasto, e tutta la città era di¬ventata un campo di battaglia. Alle truppe germaniche non ri¬mase che ritirarsi lasciando nella loro scìa morte e distruzione: così da Napoli, ancora una volta partì la scintilla della riscossa e della resistenza che si propagò in tutta Italia.

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